Ciò che fu z. (parte seconda)

marzo 20, 2009 § 4 commenti

Aspettava da ore, infinite ore per vedere me, nient’altro che me. L’avevo conosciuto in una di quelle chat gay che vanno di moda per scopare, si esatto, quei luoghi chiamati puttanai virtuali. Era carino, biondo e con gli occhi azzurri. Era il mio principe sul cavallo bianco. Durante la conversazione cibernetica parlammo del più e del meno. Sembrava che la mia vita gli interessasse. Avevo quindici miseri anni, lui trentatre, gli anni del signore.Scopare con il Signore non è da tutti i giorni. Ci scambiammo il numero, dopo cinque istanti il cellulare iniziò a tremare. L’avevo irto fra le cosce, scosse il membro già duro e mi provocò un dolce e solitario piacere.

 

Risposi, un po’ emozionato, mi tremava la voce, era la mia prima volta che parlavo con uno della mia stessa specie,della mia razza, infetto dalla mia stessa malattia. Ironia. La millesima,o forse di più per lui. Fece apprezzamenti sulla mia voce, dicendo che era una voce molto sensuale, calda per uno della mia età. “Ma hai davvero 15 anni  o mi prendi in giro, non è che quando ci vediamo invece che incontrare  te  mi vedo davanti un uomo maturo grasso bramoso di sesso vero?” Continuò. “Sai le chat non sono mai sicure, bisogna fare attenzione e selezionare”. Presi appunti di cose che sapevo già, che conoscevo benissimo da solo grazie alla mia intuizione. Prima di chattare con Cristian, c’erano stati altri venditori di cazzi che mi avevano corteggiato a lungo. Rifiutai alcuni perché troppo grandi, altri brutti come i cessi delle autogrill, altri ancora mi spaventavano ed eccitavano allo stesso tempo ma era troppo presto per provare del sesso estremo con uno di loro. Preferivo un incontro normalizzato, con una persona che mi esprimesse fiducia o per lo meno un poco. Cristian sembrava  quello al caso mio, quello giusto.

Ci incontrammo il giorno dopo del mio compleanno. Mi portò una scatoletta di 4 baci dato che sbadatamente glielo avevo accennato durante la telefonata che il 4 aprile era il mio sedicesimo compleanno. Fu un gesto davvero apprezzabile. Fu carino, dolce. Era miele, pastafrolla che si mischiava al miele. Era un dolce squisito che avrei assaporato la stessa sera. Salì nella sua macchina. Mi aprì da dentro la portiera. Gentiluomo, anzi gentil gay, pensai. Andammo a fare un giro per Cremona. La città di Mina, la tigre di Cremona, la città del torrone, della mostarda, del torrazzo, delle tre t: turon, teraz, tetas.Torrone, terrazzo, tette.

 

Ci appartammo in un parcheggio, era deserto, fuori un ‘aria intensa e fresca si era sollevata. Esitai per un attimo, assorto nei meandri di quell’attimo. Parlammo, anzi parlava. Io per lo più lo ascoltavo. Finì di muovere la bocca, si esercitò non più con le parole ma riempì la sua bocca con la mie labbra morbide. Mi baciò. Fu un bene quel bacio, lui aveva finito di parlare ed io un po’ spaventato da tutto quello che mi aveva raccontato sul mondo gay, non sapevo che dire, ero frenato. Lo vedevo come mio padre, un rabbino che aveva già svolto un percorso lunghissimo, intrinseco di infinità  ed io sprovveduto di gemma, di clorofilla ero lì su quel sedile fermo che ascoltavo la voce della sapienza e della verità assoluta per me in quel momento. Era il giorno delle verità. Appresi le sue esperienze ne trai come qualcosa da imparare, da sapere, da custodire. Un segreto incolmabile. Le sue parole mi si ficcavano in testa come un martello pneumatico, come il suo cazzo che riuscì ad entrare a malapena nel mio piccolo culo. Aveva un pisello davvero grande di circonferenza, lungo il giusto, ne troppo lungo, ne troppo corto. Gli dissi che era la mia prima volta che facevo sesso, era eccitato all’idea di sverginarmi. I suoi occhi catapultati sul mio fondoschiena, le sue mani che mi aprivano il sedere in due estremità come fosse stato un cocomero. Infilò un dito, lo mosse su e giù, mi dava fastidio ma tacqui e sopportai in silenzio, a sua volta infilò un secondo dito. “ Hai un buchetto molto elastico, non dovresti provare dolore.” Sogghignò.

 

Faccia e culo, faccia e culo. La sua faccia e il mio culo a 1 cm di distanza.  Infilava la testa tra le mie chiappe come fosse alla ricerca di un tesoro.  Con il cazzo in tiro, trovò quel tesoro, l’estasi. Digrignai i denti quando lo sentii entrare. Un oggetto organico mi aveva infilzato. La spada nella roccia, lo stuzzicadenti che conficca l’oliva, l’ago che penetra il filo. Poi il gusto, si muoveva al ritmo del suo piacere, come un cucchiaio pieno di yogurt scivolò sul tappetino della macchina. Aveva sporcato la sua costosa macchia del suo sperma bianco latte acido.

Io non ho goduto.

Cristian dopo ciò si mise a pulire con dei fresh and cline il suo adorato tappetino. Il suo pene colava. Da brava cagnetta mi prostrai a lui e glielo pulii con la lingua . “ Ei che fai, certo che siete tutte troiette voi froce giovincelle”.

 

E’ male? Gli chiesi. “Lasciami asciugare”. Voglio diventare il primo della classe. Le cose si devono fare bene oppure non ha senso farle. Escalmai. “Si,si lasciami fare, lasciami pulire.”

 

Mi accorsi che quella faccia di culo non aveva messo il preservativo. Tremavo. La settimana prima ero stato invaso da internet, la ricerca sull’aids mi aveva portato pagine e pagine di malattie, precauzioni, anello vaginale, preservativo, pillola, epatite A,B,C.

Ed io stupido fanciullo ingenuo non avevo fatto attenzione che il Signore mi aveva scopato senza un profilattico! Dopo avermi inghiottito del suo sapere, che i gay sono tutte troie, che non esiste amore eterno tra gay, che gli omosessuali sono tutti infetti di aids.

 

Lo odiavo.

 

Mi riportò a casa.

 

Con il buco che mi faceva male scesi dalla sua BMW.  Non lo salutai, aprii il cancelletto di casa e corsi verso il mio rifugio, la mia casa severa, il mio nido secco. Andai in bagno e mi pulii forte il viso come fosse stato invaso da nei, da macchine nere e viola. Le guance arrossite, gli occhi lacrimare, vidi un angelo dal viso sporco in quell’enorme specchio. Rifletteva un essere dai bordi sbavati. I lineamenti sovrapposti.

 

Mi aveva invaso. Io di carta, lui una sigaretta, se avrebbe voluto mi avrebbe forato. Dopo essersi venduto a me come il gay perfetto, lo fece. Mi forò. Mi fece male, non voleva bruciarmi, ma io si. E mi bruciai con le  mie stesse mani. Un uomo di fuco, una torcia umana che cercava di spegnersi in quel bagno sotto l’acqua gelida della notte.

 

Mi volevo fare male, come avevo sempre fatto dopo avvenimenti che mi avevano portato ad uno stato pietoso. Volevo che qualcuno mi regalasse un po’ di bene.

 

Dicono che dopo la tempesta c’è sempre il sole. Il sole quella sera non lo vidi, la tempesta si, più volte, nella mia testa, nel mio cuore, sotto la pelle, nelle mie vene. Franci  è il deserto. Senza piante, senz’acqua, senza un’oasi. Solo serpenti e scorpioni e nulla più.

La mattina mi accorsi che avevo lasciato il pacchetto con i cioccolatini nella sua macchina. Gli mandai un sms con scritto che gli avevo dimenticati. Non volevo lasciarli niente a quel figlio di puttana. Mi rispose che non solo avevo dimenticato i 4 baci perugina ma anche tutti gli altri baci che mi avrebbe voluto dare.

 

Cristian mi piaceva, ne era consapevole. La risposta mi fece sperare.

 

Arrivò un n uovo messaggio: “una di queste sere ti porto a cena fuori, andiamo al lago, passiamo un po’ più di tempo insieme”.

 

Dopo quel messaggio più niente. Decisi allora di farmi valere un poco. Gli mandai un sms con scritto il perché di questo suo silenzio, e gli chiesi sadicamente se si era dimenticato della cena al lago. La risposta fu che aveva problemi alla macchina, non partiva e che quindi era dal  carro attrezzi. Capii fin da subito che si trattava di una menzogna, di una stupida scusa.

 

Una sera mentre stavo leggendo Fate a New York  di Miller, il cellulare squillò. Era Cristian. Il messaggio non era indirizzato a me, lo si capiva. C’era scritto: “Piccolino, metti la macchina sotto casa mia, perché nel parcheggio qui a fianco stanno facendo dei lavori”.

 

Iena, fuoco, rabbia, irascibilità. Provai a chiamarlo, ma il codardo non rispose. Lo insultai pesantemente tramite sms: bastardo, figlio di puttana, figlio di succhia minchia, porco, schifoso.

 

Il giorno dopo mi mandò sempre un fottuto sms. “Sai Fra, sei un ragazzo molto carino, ma forse sei troppo piccolo per me”. Ci rimasi male. Ero una essere privo di movimento. Non ebbi reazione. Solo calma piatta.

 

Mi sentivo preso in giro. Aveva giocato con me. Io per lui ero solo una cifra, uno dei tanti numeri. Un codice a barre già scalfito. Mi sentivo male, la mia dignità immacolata ora sporca. Non ero riuscito a cadere in piedi e a salvarmi. Avevo permesso che infilasse le dita nel barattolo di marmellata senza che io lo sgridassi e me ne accorgessi. Mi aveva monopolizzato a suo piacimento.

 

Era terribile.

 

Una voragine mi inghiottì.

 

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