Ciò che fu z. (il mio romanzo)

marzo 20, 2009 § Lascia un commento

Mi ritrovo qui,a scrivere, nella mia camera verde come il demonio. Non so che fare, sento solo l’esigenza di scappare, di andarmene. Non amo quello che sto facendo, non mi sento una persona migliore a non fare nulla e ad essere apprezzato per quello che non faccio. Non sto bene, non sto male, la cosa inquietante è che non sto. Vivo il futuro come giorni passati, noiosi, appassiti. Nemmeno una goccia di rugiada  sui quei fiori oramai morti. Mia madre è stufa di me, la mia casa anche e vuole che vada via lontano, al più presto. Perché io sono cielo e sono terra, sono erba e sono fiore, sono discostante come l’amore. Vado dove il mondo non va. Dove l’unica persona che esiste sono io e nessun’altro. Sono profondamente egoista, estremo, cinico, tagliente, scaltro. E mi ritrovo con tutti questi difetti a colmarli da solo, senza nessuno, senza nessuna spalla su cui piangere. Diario, non è la storiella della piccola fiammiferaia. Sto bene nella mia solitudine, non è ipocrisia ne tanto meno vittimismo, compassione. La vita è una sola, forse lo spesa male, mi sono venduto a basso costo. Chi mi voleva mi prendeva senza porre resistenza. Ero come un prodotto confezionato sul bancone di un supermercato, bastava allungare la mano sotto la mia gonna per prendermi. Annusarla, odorarla, toccarla con violenza,con forza per sentirmi posseduto da una forza maggiore che non potevo controllare. Sono la pedina di me stesso, un gioco a cui non so giocare, un enigma in cui non conosco risposta.

 

Oggi sono il niente domani chissà. Si vedrà.

 

Scrivo perché non ho altro di meglio da fare. Non so cantare, né ballare ne tanto meno recitare. Disegnare mi piaceva, ma non ero poi così portato. Rivedendo quei disegni prendo spavento. E si che destavano parecchio successo, soprattutto alla prof di artistica, diceva che avevo personalità e che esprimevo l’umore di quel momento sul foglio, attraverso colori e sfumature. Peccato che fosse una delle poche, se non l’unica davvero sincera a esprimermi complimenti e ammirazioni.

L’uomo ha bisogno di esprimersi. Io ne sento la necessità fondamentale.  Quindi mi sono detto, hai una voce da cornacchia, il culo sodo ma troppo all’infuori da farmi sembrare una papera vogliosa di pigliarlo lì dentro, non riesco a piangere quando voglio ne a simulare orgasmi,risatine rendendomi disinibito e allora che faccio? Devo comunicare, devo vomitare tutto quello che ho in corpo, se no sto male, come posso fare?

 

Scrivere è l’unica cosa che mi è venuto in mente. Credo sia il dono più banale, quello  più scontato. Per fino mio padre,  che è analfabeta, quando era giovane ha scritto delle lettere d’amore a mia madre e sembrava essere convincente di quello che stava dicendo. Poi con il passare degli anni il loro matrimonio si rivelò una mezza catastrofe. Ovviamente, ci fu di mezzo un tradimento, e un’ amica di mia madre troppo troia per non contenere le sue voglie da sgualdrinella di quattro soldi. Ma va bene lo stesso. Perdere mio padre non è stato tragico. Non ho mai avuto un rapporto pieno, totale con lui. Perdere mio padre è stato più facile in caso in cui avessi dovuto perdere mia madre. Merito della provvidenza e del buon Dio, mi dico.Anche se non sono credente, ogni tanto mi capita di sparare idiozie simili. Pure questo è un aspetto che vorrei neutralizzare. Mi rende affabile, ed io non voglio essere affabile. E’ così lieve, pieno di merletti, di smancerie che non mi appartengono in generale.

 

 

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