be vegetarian #3

marzo 22, 2008 § 2 commenti

Pane e miele al mattino, verdura freasca la sera. E’ questo il teorema di Pitagora.
La formula alimentare che mette matematicamente d’accordo la salute del corpo con la purezza dell’anima. Un modo di mangiare eticamente corretto. Senza deplorevoli spargimenti di sangue. L’inventore delle tabelline è il simbolo stesso del vegetarianesimo occidentale. Al punto che fino all’Ottocento, quando compare per la prima volta il termine vegetariano, qualunque regime privo di carne si chiamava semplicemente pitagorico. La scelta vegetariana non è solo roba da dietologi. Sin dall’origine è il controcanto nutrizionale di una filosofia. E’ una moratoria alimentare proclamata in nome dei diritti del vivente. Pitagora crede che dopo la morte l’anima possa reincarnarsi negli animali. Ragion per cui mangiare carne è roba da cannibali. Oltre che da ottusi materialisti sempre pronti a menar le mani. Una bistecca sanguinolenta, oltre a togliere lucidità, rende feroci e spietati. Trasforma insomma l’uomo in lupo dell’altro uomo.
Se Pitagora in termini di proteine è integralista, il mite Socrate non gli è da meno.  Per ragioni solo in parte nutrizionali, ma soprattutto etiche. E perfino politiche. La carne intossica l’anima e il corpo. Ma, quel che è peggio, fa male alla collettività. Per avere costolette per tutti è necessario intensificare l’allevamento a scapito dell’agricoltura con grave danno per la spesa sanitaria e per la pace. Più carne uguale più malattie, più lavoro per i medici, più guerre di espansione. Mentre frutta, verdura e legumi sono energia sostenibile. Un mangiare pacifista. Di più, considerare gli animali degli esseri viventi e non dei semplici alimenti a disposizione del signore del creato, innesca un circolo virtuoso tra ecologia e filantropia, animalismo e bontà. Plutarco, autore di un trattato contro la caccia, sostiene infatti che l’amore per gli animali educa gli uomini alla pietà verso i loro simili. E con anticipo di venti secoli sull’attuale argomento salutista, l’autore delle Vite parallele considera l’uomo vegetariano per natura. Perchè il suo apparato digerente lo renderebbe intollerante a cosciotti, coratelle e spuntature. Il vegetariano insomma, mangia per vivere. Bene e in equilibrio con la natura. Il carnivoro invece vive per mangiare. Di tutto e di più. Esattamente lo stesso argomento di Gandhi e di John Harvey Kellog, l’inventore dei corn flakes, la colazione pulita che ha fatto fuori il bacon. 
Al fondo del vegetarianesimo di ieri e di oggi c’è dunque un imperativo categorico che si traduce in regime alimentare. L’uomo non è il padrone del mondo. Gli animali gli sono fratelli e non sudditi. E’ questo afflato equo e solidale verso il vivente che spiega la fortuna di erbe e legumi presso le anime belle di tutti i tempi. Da Platone a Leonardo, da Jean-Jacques Rousseu a Lev Tolsoj, da Albert Einstein ai Beatles, dal Dalai Lama a Tiziano Terzani, da Margherita Hack a Lisa Simpson. Unica eccezione che conferma la regola: Adolf Hitler.
Oggi i fan della proteina nonviolenta sono in crescita esponenziale. Un po’ per ragioni salutiste, un po’ per ragioni naturiste il vegetarianesimo, più o meno radicale, è entrato nel paniere del cittadino politically correct. Una sorta di obiezione di coscienza alimentare che ci libera dalle colpe della carne gratificando il nostro Super io neopitagorico. Così ci mettiamo a tavola finalmente in pace con il mondo. Senza doverci chiedere ogni volta di che cosa è morto il nostro cibo. 

di Marino Niola, la Repubblica

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